QUANDO FUORI E’ FESTA, DENTRO E’ DOLORE

 I casi in cui si prova disagio in atmosfere “apparentemente” distensive

 

Nel momento in cui si avvicinano festività o ricorrenze particolari in cui convenzionalmente, per un periodo variabile, ci si allontana dalla quotidianità per concedere libero spazio alla spensieratezza e alla vacanza (dal latino “vacuus”= vuoto, sgombro),  in una buona parte dei casi riusciamo nel nostro intento e allora ci dedichiamo alle attività che ci consentono di rilassarci nella maniera più appagante possibile: non esiste un luogo o una circostanza particolare che possano garantire un sicuro elisir di benessere, è sufficiente creare un piacevole connubio individuo-ambiente per trascorrere momenti gradevoli.

Immaginiamo il mare o la piscina in estate, una settimana bianca in inverno ma anche piacevoli escursioni, giornate in compagnia di persone care: questi rappresentano meri esempi di situazioni benefiche che permettono di alleviare quello stato di significativa concentrazione e quel senso del dovere che fungono da fil rouge durante l’intero percorso lavorativo o di studio.

La situazione si differenzia nel momento in cui, nonostante aleggi un’aria di festa, non riusciamo a godere dei suoi benefici in quanto si può essere pervasi da pensieri o situazioni disagianti che inficiano la qualità di tali festività; in queste circostanze diviene più forte il rumore che si avverte dentro rispetto ai suoni che si producono fuori.

Tale malessere psichico può verificarsi poiché non ci si sente preparati  – ma anche adeguati – a vivere quelle esperienze in maniera “opportuna, anzi….convenzionale” in quanto intrappolati da impasse, da nodi che a volte graffiano o feriscono l’anima e da pensieri intrusivi che influenzano negativamente il modo di rapportarci a quell’evento, per cui se intorno a noi possiamo osservare persone che sappiano godere di spensierati momenti di divertimento, dentro di noi regna il tormento.

A questo punto voglio analizzare tale fenomeno lungo una linea del tempo in cui il soggetto potrebbe avvertire disagio prima, durante o dopo i momenti di festa, ossia:

  • Pre-festa: due parole servono per focalizzarci su questo stato: ansia anticipatoria, in questi momenti iniziamo a porci infinite domande e nutrire aspettative tinte di scuro relative a quei medesimi momenti, sperimentando:
  • agitazione psicomotoria, impazienza
  • senso di inadeguatezza;
  • pessimismo;
  • difficoltà ad amalgamarsi e uniformarsi al clima di festa che ci circonda;

 

  • “Durante la festa”:  eccoci circondati da un’atmosfera spensierata ed allegra, persone che conversano sorseggiando drink e sorridendo, bambini che corrono sui prati o che raggiungono la loro giostra preferita….e noi “apparentemente” siamo lì, al centro di un labirinto spinato in cui abbiamo serie difficoltà di trovare una via di uscita, non solo perché stiamo attraversando uno stato attanagliante di angoscia ma anche perché “siamo controcorrente rispetto al clima che si respira in quel momento”.

In tali circostanze se qualcuno ci porge la tradizionale domanda “Come stai?”, non possiamo esimerci dal fornire una circostanziale risposta positiva accennando ad un sorriso, onde evitare di appesantire quel contesto.

In questo frangente il nostro “ami-nemico” è il tempo: desideriamo che le lancette scorrano speditamente, il pensiero che si avvicina l’epilogo di questo periodo infinito si tramuta in bisogno inesorabile di ritornare al “proprio nido”….eh si, parlo proprio di nido, perché, talvolta quando in contesti esterni si avverte disagio potrebbe significare essere particolarmente legati alla propria abitazione, intesa come “guscio protettore”.

 

  • Post-festa: abbiamo raggiunto il nido, ossia la rappresentazione di un ventre materno che ci coccola e ci protegge da eventuali agenti esterni che potrebbero causare disagio.

In questi attimi potrebbe subentrare il ricordo, ossia il pensiero di quei momenti  in cui il nostro involucro corporale era lì, presente, ma la nostra psiche era sofferente, quasi fossimo stati imprigionati in quella spiaggia o in quella spa apparentemente paradisiache ma per noi fonte di dolore e malessere; ma….il “peggio” è passato, quei momenti rappresentano solo memorie da dimenticare perché a salvarci c’è la casa, la routine, quell’abitudine che riusciamo a gestire ed esserne padroni.

 

QUALE IL SENSO?

Ogni individuo nutre specifiche emozioni verso determinati contesti e può riuscire a gestirle o meno in maniera del tutto personale:  si può essere disinvolti, timidi, spensierati, concentrati e quant’altro. Di certo vi sono  “codici sociali, educativi, etici” che ci guidano nel relazionarci nella maniera giusta al posto giusto e nel momento giusto, ma quando si parla di anima la realtà si tinge di infinite sfumature, spesso inaspettate, insolite, contro convenzioni e schemi sociali che ci impediscono di esprimere liberamente i nostri stati d’animo, per cui un’occasione di festa può divenire motivo di allegria e spensieratezza come  di disagio e tormento interiore.

E’interessante analizzarne le cause ma,a mio avviso, ancor di più il senso di questi ultimi stati d’animo: per ciò che concerne i fattori che comportano tale disagio,  ci possono venire in aiuto gli esìmi studiosi che descrivono come il binomio geni-ambiente, ossia caratteristiche temperamentali individuali o specifici ambienti o esperienze (talvolta reiterate), possano produrre sensazioni di malessere in atmosfere più distensive.

Condividiamo adesso il senso, il significato di questi stati d’animo: i momenti di festa, in cui si condividono attimi di allegria e convivialità, rappresentano concretamente l’occasione di “manifestarsi PUBBLICAMENTE”; da qui nasce un lavoro spesso inconsapevole di autoanalisi interiore in cui  mille interrogativi frullano nella mente dell’individuo, con tendenza alla rimuginazione ed aventi come comune denominatore il senso di inadeguatezza e di non appartenenza  a tale contesto poiché si avverte il bisogno inevitabile di dimostrare di essere  visti positivamente dagli altri.

In questo frangente spesso si sviluppa (sempre in maniera inconsapevole) un senso di previsione, onnipotenza e soprattutto controllo di quei precisi momenti i quali, scevri dall’essere vissuti in maniera spensierata, diventano oggetto di innumerevoli ragionamenti, talvolta assedianti.

 

LA STRADA DELLA RINUNCIA

Talvolta accade che si decide di non barcamenarsi nel contesto di questi ambienti gioiosi, sentiamo che la circostanza è più forte di noi per cui non possiamo godere di quei momenti, seppur distensivi e spensierati: la scelta è ardua, pensare cosa sia più benefico per noi non è semplicissimo; a contendersela sono diversi aspetti che intendo semplificare attraverso le seguenti polarità:

 

  • Dentro vs Fuori
  • Appartenenza vs Esclusione
  • Rischio vs Conforto
  • Fare vs Stare
  • Agitazione vs Delusione

 

 COME FRONTEGGIARE?

Innanzitutto è necessario fornire una cornice di senso allo stato di disagio, ossia bisogna contestualizzarlo: oltre al perché, bisogna chiedersi dove, quando, con chi e come esso si manifesti.

Questi rappresentano gli interrogativi che permettono all’individuo di conoscere le sue difficoltà, implementando e consolidando il senso di appartenenza prima alla personalità individuale nel qui ed ora e poi alla collettività.

“Far accomodare i propri disagi accanto a noi!” esclamò un mio grande Maestro: questo il primo passo per fronteggiare un senso di disagio che si esplica concretamente nel contesto sociale. Inoltre, percepire che non è sempre possibile controllare e prevedere le situazioni al 100% potrebbe permettere al soggetto di far prosciugare quella laguna d’ansia e inquietudine che non permette allo stesso di vivere serenamente quei momenti.

Scrolliamoci un po’ di dosso questo senso di onnipotenza, non lo siamo, tutto qui!

Si può provare a cambiare prospettiva: “ Cosa succederebbe se provassimo ad affidarci a ciò che accade in questi attimi di spensieratezza, lasciandoci trasportare dall’onda della leggerezza, se siamo liberi spettatori, se “stiamo lì, anche senza fare o dire nulla” e, se desideriamo , provare ad intavolare un discorso per noi interessante?” C’è festa quando c’è libertà di scegliere chi essere senza necessariamente indossare maschere talvolta scomode e, se talvolta paradossalmente specifici momenti (tipo le cerimonie) ci inducono ad impostare un personaggio, nulla ci vieta di esprimere la nostra persona, la quale può riuscire con le proprie risorse a trovare la sua “comfort-zone” anche in spazi scomodi.

Non esistono decisioni giuste, esistono scelte proprie, ossia ciò che sentiamo di intraprendere in quel preciso momento;  se desideriamo rifiutare di andare ad un particolare evento, il che potrebbe comportare sconforto, rammarico, tristezza e a volte anche fallimento, non dimentichiamo che esiste un rovescio della medaglia, ossia: SCEGLIAMO IN MANIERA DETERMINATA E (soprattutto) CONSAPEVOLE  di non rischiare! E’ la consapevolezza di ciò che siamo a permettere di evolverci e renderci maturi.

Tuttavia….se il malessere è più forte di noi? Se non ci riusciamo? In questo caso sarebbe utile chiedere aiuto a specialisti del settore i quali possono impostare specifici percorsi di aiuto finalizzati a fronteggiare questa situazione disagiante.

La rotta per raggiungere un obiettivo rappresenta un percorso nel quale, insieme al clinico, si condividono storie, ricordi, stati d’animo ma soprattutto relazioni significative: attraverso questo cammino si può osservare la condizione di disagio attraverso interpretazioni “altre” del proprio stato, visioni differenti, talvolta nuove, le quali potrebbero fornire un valido aiuto a chi si affida a al professionista.