La mia psicoterapia: come funziona?

Spesso mi viene chiesto, utilizzando un linguaggio gergale,  “come funzioni” la psicoterapia, talvolta domandandomi anche la durata e la frequenza. Prima di spiegare di cosa si tratti e con quali modalità evolva un percorso psicoterapico,  mi preme chiarire il seguente punto: un percorso di psicoterapia non è necessariamente nè un “percorso benessere” nè un confessionale.

Un ambiente psicoterapico è un luogo in cui insieme vengono manifestate quelle situazioni  che possono essere difficoltose inizialmente per un solo individuo (il portatore del sintomo) ma che in realtà si traducono in relazioni poco benefiche da un punto di vista sociale e/o familiare. Tali difficoltà devono necessariamente  essere affrontate con gli strumenti adeguati.

Difatti questo lavoro è frutto di decenni di studi, tirocini, attività pratica,  e, dulcis in fundo, di esperienza di vita, in cui,  interagendo e relazionandosi all’interno di differenti contesti, si cerca  di trovare le chiavi utili non tanto per essere un buon terapeuta, quanto per risultare efficacemente terapeutico.

Come funziona la “mia” psicoterapia.

 

Il mio metodo al lavoro avviene sotto due approcci fondamentali:

SINTOMATOLOGICO: non somministrando farmaci (il che non rientra nelle mie competenze), io utilizzo ulteriori metodi che possono essere utili per alleviare i sintomi causati da situazioni che creano difficoltà nell’affrontare la quotidianità,ossia: IPNOSI, TRAINING AUTOGENO, TECNICHE DI RILASSAMENTO, MOVIMENTO CORPOREO. Queste sono queste alcune tra le pratiche studiate e approfondite sul campo e sulle quali ho acquisito una profonda esperienza.

In particolare mi sono dedicato molto allo studio della psicosomatica, in quanto, a mio avviso, il corpo rappresenta il fil rouge che mi conduce all’approfondimento  delle difficoltà psichiche…

”studiando il linguaggio del corpo si può divenire padrone delle chiavi dell’anima” (G.G.).

Tuttavia, prima ancora di addentrarmi nei meandri talvolta inestricabili di un animo sofferente, cerco di seguire una “piramide di urgenze” e focalizzarmi su ciò che al momento è più dolente e spesso equivale alla riduzione del sintomo.

Nonostante le tecniche succitate possano procurare benessere, esse non hanno una valenza completa, ovvero non risolvono i problemi alla base, poiché, a mio avviso, essi vanno affrontati  “prendendoli di petto”. E’ da qui che nasce il mio secondo approccio, ossia:

“FARE ACCOMODARE LA DIFFICOLTA’ DI FRONTE A TE”: comprendendo  insieme quando, dove, perché  essa sia sorta e si manifesti, ma soprattutto con chi. Durante questa fase cambia la prospettiva di azione. Non si lavora più sui sintomi che un determinato problema può causare ma ci si concentra sul loro significato, sul senso della loro esistenza. In tal maniera, “automaticamente” si passa da un contesto individuale a relazionale (anche senza la presenza diretta di terze persone) in cui si approfondiscono interazioni instaurate con gli individui che fanno insorgere e talvolta persistere lo stato di disagio lamentato. Questo percorso avviene in continua condivisione con lo psicoterapeuta,  scoprendo insieme, passo dopo passo, le metodologie utili da applicare per un processo di guarigione.
 Non esiste un metodo per eccellenza e non c’è IL metodo che ti da la cura al problema ma insieme, attraverso un impegno condiviso tra terapeuta e paziente o tra pazienti , in caso di terapie di gruppi e famiglie, si cerca di studiare quali sono le metodiche, quale sia la progettualità terapeutica più utile per affrontare una sintomatologia su cui il paziente ti chiede di intervenire.

TERAPIE DI GRUPPO E FAMILIARI

Terapia di gruppo

A tal proposito , sempre nel momento in cui si espande il setting terapeutico e vengono coinvolte più persone (es. terapia familiare o di gruppo) , attraverso il mio paradigma terapeutico cerco di ampliare orizzonti, panoramiche e punti di vista

  • permettendo  di affrontare dal vivo e “nel qui ed ora” le situazioni emergenti,
  • conferendo una non indifferente valenza ad una produttiva condivisione.

d’altronde “la cura delle relazioni avviene attraverso le relazioni stesse” (G.G.)

Cari lettori, il mio è un lavoro “di pancia”, nel quale la componente “umana” ed emotiva  risulta essere indispensabile: nella stanza di terapia non si è soli, c’è chi vi aiuta, chi si impegna con voi per sostenervi in modo tale da affrontare nodi talvolta soffocanti che impediscono di alzare gli occhi al sole e sorridere, nella speranza che tutto ciò che un tempo poteva essere considerato come limitante, magari successivamente potrebbe risultare un vero e proprio punto di forza, una più che utile risorsa.

Grazie.